
La guardai, guardai quegli occhi blu lago, di quel blu freddo e intenso.
Pensavo a quanto fossero belli, sulla sua pelle chiara come neve, i lunghi ricci, morbidi come una cascata calda e scura, e il suo sorriso che emanava una luce piena di puro amore femminile.
Provai l’impulso di baciarla. Lei mi guardava, con i suoi occhi luminosi e intensi.
Le presi la mano sinistra, bianca e luminosa come un opale; era calda e mandava un profumo delicato; il palmo era umido, quasi bagnato: quell’umore, misto al profumo che mandava la sua pelle, mi fece pensare al fatto che il suo corpo era lì reale e presente davanti a me.
Avrei voluto sedurla, quegli occhi intensi mi dicevano quanto fosse desiderabile per me tutto ciò che c’era dentro quella persona.
Non riuscii a dire nulla. La afferrai per le spalle e non sentii nessuna resistenza, il suo corpo era fiduciosamente abbandonato al mio contatto.
Arrivò il cameriere e interruppe il mio pensiero dicendo: “ Il conto, sono 7 euro”
“Lascia che paghi io”, mi prevenne lei
“Non vorrai privarmi del piacere di offrire”, le risposi
“No, ci tengo...Davvero. Volevo che fossi mio ospite stasera”, replicò Nabille, e consegnò in fretta un foglio da 10 rosato al cameriere.
Vidi gli occhi di quella mia amica sorridere, e non provai mai un tale desiderio che lei non fosse così straniera, così musulmana, così diversa.
“Eccole il resto”, disse il cameriere.
“Grazie” rispose sempre sorridendo, e i suoi boccoli si mossero e scalarono quelle spalle dolcissime.
Ci avvicinammo alla porta.
Milano fuori era bellissima: la temperatura tiepida, e confortante, nonostante fossimo ormai a metà novembre.
“In che direzione?” domandò.
“Di là”, le risposi
“C’è un clima stupendo stasera, vero?” disse lei.
“Sì”.
La presi da sotto al braccio.
Il fruscio dei nostri cappotti ci faceva conforto reciproco.
Seduttivo il suo profumo, dolce e intenso, misto a quel liquore di cioccolata che emanava sempre la sua pelle.
“Sai, hai un buon profumo”, mi disse lei.
“Anche tu...” le risposi, avvicinandomi, mimando solo il gesto, il mio volto al suo collo; e aggiunsi “sembra il profumo che hanno i fiori di castagno”.
“I fiori di castagno?” rispose un po’ sorpresa e incuriosita “ma sei sicuro? Non so neanche di cosa sanno...”
Sanno di cioccolata, terra e mare, pensai fra me e me. Sanno di te.
Non risposi e dissi dopo un poco ad alta voce “E’ un ottimo profumo”. “Come il tuo...Sai di cioccolata e mare”
“Cioccolata e mare...Che bello. Sono i profumi che io amo di più”, mi rispose.
“Non è vero, mi prendi in giro”, le dissi sorridendo.
“Ma sì, ti dico”, ripetè divertita “La cioccolata perchè mi ricorda le mie due città del cuore Parigi e Milano: le cioccolate calde che mia zia mi preparava nelle giornate di inverno dopo la scuola, quando eravamo a Parigi e anche successivamente quando ci siamo trasferiti a Milano. Il mare perchè mi ricorda la mia terra.
Fondamentalmente, resterò sempre una donna di mare anche dopo tutti questi anni passati in città”
“Già”, proseguii “ma il tuo profumo è più intenso, più dolce”
“In che senso?” domandò divertita. Giocavamo.
“Perchè il tuo è il profumo di una persona; una persona che ricorda la terra, il mare e la cioccolata: è il profumo di un essere umano, che vive di vita vissuta.
I profumi delle donne ricordano il profumo delle terre lontane, riacquisite.” Le dissi.
“Che cosa strana da dire...” replicò, e si fece pensierosa.
“Non c’è niente che alla fine, una volta detta, non sia strana e banale a volte più banale di ciò che rappresenta; cosa potrei dire che non sembrerebbe banale, per descrivere quanto sei bella”.
“Non esagerare...” sorrise.
“Sai ad esempio, vorrei dirti ciò che importa dire quando si ama una persona; ma qualsiasi cosa che mi venga in mente mi sembra banale; mi sembra che i miei pensieri di amore, se detti, si sviliscano; il tessuto delle parole è così limitato. E non riuscirei a dirti ti amo, senza banalizzare quel che dico per il fatto stesso di dirlo”.
Si fermò e mi guardò un po’ stupìta.
Io non mi ero neanche accorto di averle appena confessato tutto quel che pensavo di lei, così, senza freni, senza pudore.
“Sei stupita?” le chiesi, come se mi rivolgessi a me stesso.
“Sì”.
“Scusa, non volevo offenderti, penso non ci sia niente di male nell’amore; anche se non è corrisposto, è un buon sentimento. E poi, in fondo, mi piace la nostra amicizia, così: un po’ dolce, un po’ da piccoli amanti ragazzini.”
“Non hai capito...” mi disse, si fece seria.
Non rideva più, e i suoi occhi mi guardavano fissi; fissi nel cuore. Non capivo, in effetti.
“Sei uno stupido” mi rispose. Mi afferrò l’altra mano con dolcezza e sorrise con gli occhi.
Eravamo lì in fondo a via Moscova, al centro di questa piccola piazza, tra le panchine verdi di Milano, l’uno di fronte all’altra, mani nella mani.
Il suo profumo era irrestitibile e sexy.
Un odore di mele e pane usciva dalla panetteria all’angolo.
E le sue labbra, come fragole sulla neve, mi guardavano. Lei mi attravea a sè con il sorriso.
Le baciai delicatamente le labbra rosse, amandola intensamente.
La sua bocca era una pesca.
Il suo collo emanava un profumo stupendo e acre: era il suo odore, il suo odore di terra e menta; ed era mio ora.
Alzai lo sguardo al cielo e vidi i tetti di Milano e i lampioni rossastri.
La guardai negli occhi, in quelle pupille amaranto e blu: lei mi guardava dentro, come sempre, e il suo sguardo mi frugava nelle profondità dell’anima: era lo sguardo di una persona stupìta e felice.
Ci stringevamo le mani e sentivo il calore delle sue mani, bianche e umide, tra le mie palme.
“Baciami ancora... per favore”, mi disse guardandomi fisso negli occhi.
Fu difficile non essere felice in quell’istante.
venerdì 18 luglio 2005
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